lunedì 17 ottobre 2011

Dopoguerra: quando scrivere un giornale era un'avventura!

   di Nino Amoroso

Negli anni del dopoguerra quando, a Campobasso, sono entrato nel mondo del giornalismo di provincia, il giornale si componeva con le singole lettere di piombo che il bravo tipografo prelevava a grande velocità da un contenitore, diviso in singole caselle per ordine alfabetico. Quindi si creava la colonna inumidita e legata con lo spago, che consentiva di impaginare  e di realizzare tutto il menabò sillaba per sillaba, a pagina intera pronta per il pianale di stampa. Spesso però diventava anche un lavoro di sisifo, perché la colonna si disfaceva e bisognava ricominciare da capo.  Anni dopo arrivò anche in Molise la macchina  linotype con composizione a piombo fuso riga per riga, un po’ più facile da utilizzare rispetto al primo secolare sistema. Per chi è nato con la tastiera del computer vicino alla poltrona, forse ha difficoltà a immaginare il grande vantaggio per l’epoca di un moderno strumento, ma lontano tecnologicamente dalla composizione attuale della scrittura. 
Infatti, ora, per avere l’articolo stampato, lo scrivo sul computer e lo mando in redazione, la quale, dopo controllo,  lo invia all’impaginatore che realizza tutto il giornale con un apposito programma installato sul suo pc e poi, una volta avuto l’ok dal direttore, invia direttamente il tutto alla tipografia e il giornale è realizzato, senza essersi mosso dalla sua sedia.
Ai miei tempi, viceversa, il giornalista e il linotipista dovevano lavorare gomito a gomito vicino ad una diabolica macchina, la linotype, che possedeva l’arte di comporre i pensieri con il piombo, come direbbe un poeta. Ma che, in effetti, con un rumore assordante, fondeva il piombo, sprigionando nuvole di vapore e, grazie alle dita agili del linotipista e alla paziente opera di revisione del giornalista, riusciva a comporre il giornale , con una perfezione e nitidezza ineguagliati.
Per come me la ricordo io, la composizione avveniva nel  seguente modo: un “crogiuolo”  posto alto sulla macchina  conteneva il piombo che, riscaldato ad alta temperatura, fondeva e scendeva nel collettore dove c’erano le matrici  di rame (i tipi di carattere che su word si chiamano times new roman, calibri, arial ecc.). Il linotipista  componeva e collegava una riga per volta e, quindi, una colonna per volta. Quando c’erano caratteri isolati, bisognava legarli con uno spago per tenerli uniti e non disperderli, poi venivano trasferiti sul banco per formare la pagina del giornale. 
La prima bozza si faceva mettendo la carta bianca tra due rulli, di cui uno pieno d’inchiostro. Se c’erano correzioni da fare o pezzi da spostare, il linotipista, con una spugnetta bagnata e molta maestria, spostava le lettere. In questa fase capitava che le lettere cadessero e si doveva ricominciare tutto daccapo.
Un lavoro minuzioso, quindi, che prendeva molto tempo, per questo, in provincia il giornale era quasi sempre un mensile. 
L’’inserimento delle foto era, a quel tempo, il lavoro più difficile. Esse erano messe su una lastra di piombo, la quale veniva collocata in una base, che doveva avere l’esatta altezza della riga di piombo, altrimenti la foto non veniva impressa sulla carta. Un lavoro, quindi, millimetrico e che, anche qui, richiedeva tempo perché, per Campobasso per esempio, le foto dovevano essere mandate a Pescara per la loro realizzazione sulla lastra (con le strade di allora).
Tutte le matrici andavano poi lavate accuratamente affinché l’inchiostro non vi si depositasse, pena la non leggibilità delle lettere sulla carta una volta stampata.
Mi viene in mente un curioso ed originale ricordo di questi gloriosi anni in cui sono stato Direttore responsabile e mi sono impegnato anche della realizzazione e impaginazione di vari giornali come Agricoltura Molisana , Il Coltivatore Molisano, l’Archivio Storico del Molise, il Bollettino Ufficiale della Regione Molise : la tipografia del signor Luigi De Crosta,  in via Ferrari a Campobasso, che  era anche la sua dimora, per cui, accanto alla linotype, che sprigionava vapori di piombo fuso, la moglie accudiva alla “pignata” per la cottura dei fagioli, con profumi spesso piacevoli ed appetitosi.
Tra effluvi di piombo, odore d’inchiostro e fragranza di fagioli, il giornale era pronto per passare alla valutazione dei lettori, che all’epoca forse erano molto più numerosi e interessati di quelli attuali.
Infatti, i tanti giornali periodici che negli anni cinquanta/sessanta si sono realizzati in questa ed altre tipografie, hanno significato non solo la fucina in cui molti di noi si sono preparati alla professione nella difficile e meravigliosa trincea del giornalismo di provincia, ma anche e soprattutto perché nella storia del Molise hanno rappresentato  l’espressione più valida per il verificarsi di avvenimenti decisivi per il suo avvenire come l’autonomia regionale e la separazione dal vicino Abruzzo,  l’acquedotto molisano, la strada fondovalle del Biferno da Termoli a Boiano, la diga di Guardialfiera, che all’inizio, conteneva circa cento milioni di metri cubi di acqua per il rifornimento idrico della popolazione del basso Molise.
Nel Molise dell’epoca, isolato e circoscritto da difficili collegamenti, la stampa molisana ha diffuso agli italiani e anche all’estero, con giornali dedicati agli emigrati, la nuova e ventesima regione d’Italia. Paese suggestivo di riti e di memorie, nostalgico di splendori remoti, assorto della mistica estasi delle sue chiese romaniche, misterioso per presenze di sotterranee civiltà, di bellezze naturali e la cui asprezza, a lungo vedersi, diventa dolcezza con  le sue verdi colline degradanti verso il mare Adriatico.
(foto presa da www.linotypia.it)

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